Venezia 72: Sangue del mio sangue, il ritorno di Marco Bellocchio

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di Marta Tudisco

Presentato oggi il terzo film italiano in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia: Sangue del mio sangue, di Marco Bellocchio offre una radiografia, a misura di paese, dell’Italia di oggi, attraverso un confronto con ciò che è stata in passato. Le interconnessioni temporali, però, non risparmiano sentimenti contrastanti: è davvero cambiato qualcosa, o si è semplicemente tramutato in qualcosa d’altro, mantenendo il contenuto (la corruzione) intatto nel corso del tempo? In che direzione si muoveva la società nel 1600 in un piccolo borgo emiliano, Bobbio, e che piega ha preso oggi, nella stessa cittadina? Le risposte tardano ad arrivare e lasciano la mente aperta a centinaia di osservazioni, tutte corrette, tutte sconcertanti.

Marco Bellocchio ha voluto schiacciare questa piccola cittadina in una disamina sulle varie forme di condanna sociale cui siamo costretti e da cui dipende la nostra libertà di conservarci, intatti, di fronte al cambiamento, rimanendo pur sempre esseri liberi.

Il film intreccia passato e presente in due storie interdipendenti: la prima, ambientata nel 1600 all’interno delle prigioni di Bobbio e ispirata alla storia della Monaca di Monza; la seconda, ambientata nel presente, in una Bobbio ancora chiusa e impreparata al cambiamento, scossa dall’arrivo di un ispettore (truffaldino) che avrebbe potuto smascherare tutti i falsi invalidi presenti in città (e in questo caso è impossibile non intravedere un briciolo di Gogol’ e del suo L’ispettore generale). Il tutto, condito dalla presenza dell’ultimo vampiro in città, il Conte Basta (Roberto Herlitzka), un uomo ormai giunto al termine della sua vita e che protegge la sua città nel silenzio della notte, in religioso ritiro all’interno delle prigioni del paese. “Si potrebbe definire un’apologia dell’Italia di oggi - ha detto Bellocchio in conferenza stampa -. L’episodio ambientato nel presente serve per ammettere che questo dominio vampiresco è finito, l’addio del Conte al mondo che conosceva è anche un modo straziante e tragico di dire addio alla vita“.

Sia nel presente che nel passato il vampirismo sociale si manifesta nel potere. Nel passato, in quello della Chiesa Cattolica, nel presente in quello della Democrazia Cristiana italiana che, pur permettendo a Bobbio un relativo benessere, in qualche modo, afferma Bellocchio, “corrompeva e succhiava il sangue a quella che era una prospettiva di novità e cambiamento”.

La libertà di intercettare, interpretare e accettare il cambiamento, diventa uno dei valori portanti del film, che allo stesso modo fa propria la libertà di non seguire un’architettura ben definita, lasciando le connessioni tra presente e passato sempre sospese e incerte, ma a disposizione dello spettatore. Sia ieri che oggi le possibilità di cambiamento sono evidenti, ma spetta a chi detiene il potere arrendersi all’evidenza, sciogliere le riserve e concedersi il dono di un cambiamento interiore ben più grande. Il mondo sta cambiando, si sta risvegliando da un passato di chiusura che ne soffocava la libertà di pensiero. A salvare i due vampiri del film è proprio questa consapevolezza, questo cambio di prospettiva, questo rimettersi negli occhi degli altri, di una generazione nuova e forte, per abbracciare consapevolmente la fine di un’epoca.

Oggi i giovani  - conclude Bellocchio - credono che parlarsi attraverso gli oggetti sia un sinonimo di onestà, di sincerità. Non c’è niente di più falso per noi, ma questo è pur sempre un segnale di come il mondo, i giovani, stiano cambiando. Ed è un fenomeno, il cambiamento, che dobbiamo imparare a conoscere e accettare” quantomeno per riscattarci da un degrado interiore che ci mastica da dentro e ci impedisce di assistere a nuove bellezze.

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