Venezia 72: L’attesa di Piero Messina, la recensione

Stills from "L'Attesa" a Film by Piero Messina. Indigo Film

di Marta Tudisco

Come disse Giuseppe Tornatore, “La Sicilia è un luogo cinematografico: così come in matematica ci sono i luoghi geometrici, così in Sicilia trovi tutto ciò che può servire a raccontare ogni tipo di storia. E saranno sempre storie universali.” A due anni dall’affermazione del regista siciliano, la Sicilia torna ad essere patria di storie universali che si articolano questa volta all’interno della dimensione onirica, misteriosa ed emozionale del regista Piero Messina, che dalla Sicilia traduce sugli schermi della Mostra del Cinema di Venezia la proiezione interiore della sua terra, una Sicilia carica di suggestioni ed emozioni. Con L’attesa, produzione franco-italiana, al Lido approda l’opera prima di un regista da non perdere d’occhio.

Messina, al suo primo lungometraggio dopo una carriera di corti, spot e pubblicità, racconta una storia di lutto e dolore, mettendo al centro del suo dramma due donne Anna (Juliette Binoche) e Jeanne (Lou De Laage).
Il film si apre con una stretta inquadratura di un Cristo in croce in penombra. Una lenta processione funebre di volti affranti, illuminati dalle luce fioca delle candele, lacrime che scorrono lente e fitte fino alle caviglie di Anna, devastata dalla perdita del figlio, Giuseppe. Un dolore che non riuscirà a comunicare, a esprimere, nemmeno quando avrà davanti a sé la fidanzata di Giuseppe, Jeanne, appena arrivata dalla Francia per trascorrere le vacanze di Pasqua nella tenuta di campagna della famiglia del ragazzo. Ma alla ragazza non sfuggono l’assenza di Giuseppe e l’atmosfera tetra che regna in casa. Anna, incapace di ammettere e confessare un dolore che avrebbe potuto devastare un’altra vita, inventa una bugia, dicendo alla ragazza che ad essere morto è il fratello. Così comincia un lento cammino che si trasforma in una fase di transizione, di attesa, per l’appunto, per entrambe.

Anna è un personaggio misterioso, enigmatico. Prova a negarsi il primo stadio del dolore prendendosene una pausa, approfittando della presenza di Jeanne, da cui spera di poter vedere, rivivere e riconoscere il figlio in una forma in cui, forse, lei non lo aveva – e non lo avrebbe – mai conosciuto. L’attesa di Anna è attesa dall’accettazione, dall’elaborazione di un lutto insuperabile. Un’attesa che resta sospesa nel limbo statico, sterile e circolare della casa natale del ragazzo, la cui anima rivive scolpita sugli stipiti delle porte a segnare una crescita poi interrotta, nel disordine della sua camera, nei suoi oggetti. L’arrivo di Jeanne, beatamente ignara di tutto, interrompe questa circolarità, questo eterno ritorno al ricordo, al dolore, mette fine alla staticità e regala ad Anna l’opportunità di rimettere in moto i meccanismi di ripresa di entrambe in un periodo dell’anno che poi è simbolo per eccellenza della rinascita: la Pasqua.

E così, Piero Messina, con grande tatto e sensibilità, ci trascina fino al collo, ma senza farci annegare, nel dolore inesplicabile di una madre. Un dolore silenzioso, lento, con cui è impossibile non empatizzare. Una storia di rinascita, di una dimensione emotiva carica di profondo realismo, reso grazie alla sublime e impeccabile interpretazione di Juliette Binoche. Una storia non certo nuova ai nostri occhi, ma che, grazie alle suggestioni offerte dai panorami siciliani, è in grado di pacificare, alla fine, ogni animo inquieto, e ristabilire quell’ordine interiore segreto che i personaggi, fittizi e reali, cercano nelle loro vite.

 

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