Da Venezia72 alle sale. E’ al cinema Everest: la nostra recensione

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L’uomo contro la natura, o la natura contro l’uomo che cerca costantemente di domarla? Scegliete un punto di vista, e poi andate a scalare l’Everest con Baltasar Kormakur, film d’apertura della 72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.Nessuna particolare ambizione, se non quella di restituire al pubblico uno sguardo realistico, a tratti quasi documentale, sulla disastrosa spedizione del 1996 verso la cima del monte Everest, che costò la vita a 4 persone. Con un’attinenza ai fatti dettagliata e scrupolosa, Kormakur racconta la storia di un gruppo di uomini semplici, ma esperti, ordinari, ma molto, molto ambiziosi, talmente ambiziosi da pensare di poter arrivare con le proprie forze ad altezze raggiungibili solo da un Boeing 747. I rischi di un’impresa del genere sono ben noti: ipotermia, edema polmonare, perdita della vista, mancanza di ossigeno. D’altronde, se Madre Natura ha voluto creare dei luoghi fisicamente inaccessibili all’uomo, perché andare incontro a una simile sofferenza? Non è insito nella natura umana, fermarsi di fronte ai propri limiti.

Kormakur, infatti, nel tracciare con grande sensibilità le esperienze, le vite, le competenze e i sentimenti di coloro che presero parte a quella tragica spedizione, esplora in tutte le sue sfaccettature il tema della competizione, che si tramuta nel suo sinonimo: trasgressione. Perché è questo quello che ogni personaggio fa nel suo piccolo: cercare di trasgredire e oltrepassare un limite, sia esso un avversario, un’insicurezza, la natura stessa, il proprio corpo che non è fatto per sopportare certe altitudini. La competizione qui, stranamente, non rappresenta mai un elemento di divisione, ma di unione. L’obiettivo è del singolo, ma per raggiungerlo è necessario restare uniti.
E, proprio in virtù di questo obiettivo, di questo spirito, ogni personaggio può ritagliarsi uno spazio esclusivo, intimo, senza diventare mai secondario. L’interpretazione degli attori è sempre convincente e trasmette un senso di profondo rispetto umano nei confronti di avvenimenti che hanno colpito significativamente le vite di uomini e donne realmente esistiti o tuttora in vita. Notevole l’interpretazione di Jason Clarke (che nel film interpreta Rob Hall), ma su tutti, anche su Jake Gyllenhaal, spicca Josh Brolin, forse il più convincente tra tutti i protagonisti del cast, per essere riuscito a comunicare con estrema autenticità l’anima di Beck Weathers.
Benché il film duri due ore – due ore molto intense! – il tempo è trattato in modo lineare ed omogeneo. La prima ora serve allo spettatore per acclimatarsi, conoscere le vite dei personaggi e provare a comprendere la loro sofferenza fisica, i loro perché e il connubio parole – immagini risponde da solo alla domanda che ciascuno di noi si pone fin dall’inizio: Ma chi ve lo ha fatto fare? Poi, a un certo punto, la natura, che fino ad allora era stata clemente, comincia a sentire la presenza invasiva dell’uomo e si scatena con bufere e tempeste, rendendo la seconda parte del film ansiogena e adrenalinica. Ma attenzione, non aspettatevi la classica americanata, perché non assisterete a spettacolari – o meglio, futili – effetti speciali: tutte le tecniche, peraltro eccellenti, sono unicamente finalizzate alla resa fedele di quanto accaduto in quelle giornate, ma niente più (…per fortuna).
In conclusione, Everest è riuscitissimo nel suo intento di documentare un fatto realmente accaduto e di trasmettere l’emozione, il senso umano e la spettacolarità del senso umano di chi ha partecipato alla spedizione del ’96, concludendo l’opera con il sorriso commovente di una bambina, espressione di una rinnovata speranza per il futuro.

di Marta Tudisco

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