Piccolo principe, dieci anni con il sorriso

VENEZIA – Sono dottori ma non curano con siringhe. O meglio, le siringhe le usano, ma finte e giganti. Sono i dottor clown dell’associazione Piccolo Principe, che opera non solo negli ospedali di Mirano, Angelo di Mestre e Dolo, ma anche collabora con case di riposo e partecipa a numerosissimi eventi nel territorio. 
Ma cos’è la clownterapia? Si basa sulla Psiconeuroendocrinoimmunologia. Parolaccia. Molto più semplicemente: uno stato emotivo, come per esempio la rabbia, a livello biologico, cambia lo stato ormonale del paziente. Provoca certi tipi di reazioni, che partono da un livello psicologico ma che hanno effetti su un quadro clinico. Sembra ovvio ma non lo è, perché del malato spesso ci si prende cura da un punto di vista clinico, ma si trascura quello emotivo che può creare molte più importanti complicanze. Per questo ci sono anche i dottor clown del Piccolo Principe.
Abbiamo incontrato Alberto Barutti, alias Mastro Pulce, clown di professione, che insieme a Emanuela Polacco, ha fondato l’associazione “Piccolo Principe” nel 2002, quando la clownterapia non era ancora molto conosciuta nel territorio e doveva farsi strada su un sentiero per nulla battuto.
Qual è la mission di un clown del Piccolo Principe? Far ridere i pazienti?
“Non necessariamente. Un clown di corsia deve riuscire a far divertire, dal punto di vista più letterale del termine, cioè de-vertere, distrarre la persona dal pensiero della malattia. Ovviamente non sempre ci si riesce, ma ci si prova. Bisogna raccogliere i segnali delle persone, capire di cosa hanno bisogno nel momento del bisogno”.
Mastro Pulce, il tuo personaggio, è però un clown sui generis…ha la classica parrucca?
“No, Mastro Pulce, accompagnato dalla bombetta e dal bastone nobile, è raffinatissimo, elegantissimo, parla difficile, ha modi molti fini e sembra un nobile. Io vengo dall’arte di strada quindi ho un abbigliamento molto particolare. I clown non sono tutti uguali, ognuno deve scoprire il proprio personaggio. È un percorso che si inizia insieme, e pian piano ognuno deve riuscire a trovare il proprio clown dentro di sé per tirarlo fuori’
Quindi è un vero e proprio viaggio…
“Certo. Il primo passo da fare è lo stupore di sé. Il secondo passo: io e te in un mondo da scoprire. Terzo passo la scoperta del personaggio clown. Quarto passo: tecniche di improvvisazioni clownesche dal vivo. Chi decide di diventare dottor clown deve seguire un corso, con una formazione artistica e una psicologica cui segue un periodo di tirocinio. Superato il quale possiamo dargli il titolo di ‘dottor clown’. 
Parlami di questa scoperta del proprio personaggio.
“Il personaggio clown è qualcosa così appiccato a noi che nemmeno ce ne accorgiamo. Dobbiamo solo toglierci le infrastrutture imposte dalla società ed essere noi stessi. La trasformazione clownesca è in verità il vedere dentro di noi. Spesso è molto più facile da fare che da spiegare”.
Credo che richieda costanza e passione.
“Assolutamente si. Si è in continuo cambiamento, ci si mette in ascolto di se stessi e si possono anche scoprire cose che non sapevamo…Quello che ci muove però è la necessità di sostenere il desiderio dell’altro. Non importa che il clown non sappia fare bene la giocoleria. L’importante è che quando la fa non perda mai di vista lo ‘sguardo’ (parola chiave) del paziente.’
Come riuscite a entrare in rapporto con un paziente?
Non c’è una regola base… dobbiamo immaginare che una persona può trovarsi in un momento molto complesso e drammatico della propria vita, come è quello della malattia, e che molto probabilmente non ha alcuna voglia di un clown in stanza. Qui però sta la nostra forza: travestiti da ‘scemi’ abbiamo una chiave per entrare in contatto che le altre persone non hanno. Allora un gioco di magia, fingersi marziani appena arrivati sulla Terra, creare un universo per avvicinarsi all’Altro può essere qualcosa di ‘grande’. Ma prima di tutto deve esserci lo stupore, non solo per un naso rosso e due scarpe enormi, ma per la vita.
 
Luca Brunello 
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