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Venezia 72: Leone d’oro a Desde Alla di Lorenzo Vigas – Tutti i premi

E’ ufficiale, il Leone d’Oro della 72 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stato assegnato a “Desde Alla” di Lorenzo Vigas.  Un film che partendo da episodi di realtà sociale e locale nella città di Caracas, assume valenze universali, e quindi individuali.
La giuria, capitanata dal regista Alfonso Cuaron, lo scrittore Emmanuel Carrère, il regista turco Nuri Bilge Ceylan, il regista polacco Pawel Pawlikowski, il regista italiano Francesco Munzi, il regista taiwanese Hou Hsiao-hsien, l’attrice tedesca Diane Kruger, la sceneggiatrice britannica Lynne Ramsay, l’attrice e regista statunitense Elizabeth Banks, ha consegnato i seguenti premi per la sezione “VENEZIA 72″

LEONE D’ORO PER IL MIGLIOR FILM: Desde Alla, di Lorenzo Vigas

Leone d’Argento per la Migliore Regia: Pablo Trapero per El Clan
Gran Premio della Giuria: Anomalisa di Charlie Kaufman e Duke Johnson
Coppa Volpi per la Migliore interpretazione maschile:  Fabrice Luchini per L’hermine di Christian Vincent
Coppa Volpi per la Migliore interpretazione femminile: Valeria Golino per Per Amor Vostro diGiuseppe M. Gaudino
Miglior Sceneggiatura: L’hermine di Christian Vincent
Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente: Abraham Attah per Beasts of No Nation di Cary Fukunaga
Premio Speciale della Giuria: Abluka (Frenzy) di Emin Alper

La Giuria internazionale della sezione Orizzonti presieduta dal regista Jonathan Demme ha assegnato i seguenti premi:

Premio Orizzonti per il Miglior Film: Free In Deed di Jake Mahaffy
Premio Orizzonti per la Miglior Regia:  Brady Corbet per The Childhood of a Leader
Premio Speciale della Giuria di Orizzonti: Boi Neon di Gabriel Mascaro
Premio Orizzonti per il Miglior Cortometraggio: Belladonna di Dubravka Turic
Premio Orizzonti per la miglior interpretazione maschile o femminile:  Dominique Leborne per Tempête di Samuel Collardey

La Giuria internazionale del Premio Venezia Opera Prima presieduta da Saverio Costanzo assegna – tra tutte le opere prime di lungometraggio nelle diverse sezioni competitive della Mostra il Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima “Luigi De Laurentiis” e un premio di 100.000 USD (messi a disposizione da Filmauro di Aurelio e Luigi De Laurentiis che sarà suddiviso in parti uguali tra il regista e il produttore):

The Childhood of a Leader di Brady Corbet
La Giuria della sezione Venezia Classici presieduta da Francesco Patierno assegna:

Premio Venezia Classici per il Miglior Film Restaurato: Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini

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Per amor vostro di Beppe Gaudino

Venezia 72: Per Amor Vostro, di Giuseppe M. Gaudino, la recensione

di Marta Tudisco

Quarto film italiano in concorso, ma forse è meglio che i colori sulla bandiera continuino ad essere tre. Il film in bianco e nero di Giuseppe Maria Gaudino, che sbarca a Venezia con il suo Per Amor Vostro, non convince per niente e si presenta come un vero e proprio inno alla bruttezza formale. Benché il materiale narrativo sia indubbiamente presente e di un certo spessore contenutistico, il risultato finale è una cozzaglia di inquadrature casuali, che non raccontano altro che una storia di inadeguatezza e disperazione, che pare costantemente senza via d’uscita.

Anna (Valeria Golino), una madre di famiglia napoletana che per tutta la vita non ha fatto altro che caricarsi delle disgrazie altrui: dal fratello cleptomane, per cui è andata in riformatorio, al figlio sordomuto. Dai genitori indifferenti e succhiasangue, al marito strozzino che la sfrutta per tirarsi fuori dai guai. Da un momento all’altro, Anna riesce a ritagliarsi uno spazio per sé stessa, trovando un lavoro che le consente di fuggire dalla sua soffocante dimensione casalinga. Svolge un lavoro che comunque la rende invisibile: fa la suggeritrice nei set televisivi, eppure viene notata dal bell’Adriano Giannini, che nel film interpreta un attore di successo, affetto da ludopatia.

Tutto ruota intorno alla sfiga e all’immenso dolore di questa donna, che per anni ha sopportato costantemente la voce che nella sua testa non faceva che ripeterle “Anna è na cos’e nent’“ (Anna è una persona inutile) scanzonata persino dal quartetto in sottofondo che ogni tanto le intona un motivetto in napoletano, mentre intorno a sé l’inquadratura si congela e dei colori cominciano a tracciare dei contorni intorno a lei: prima la ritraggono circondata da un clima uggioso e minaccioso, nuvole nere all’orizzonte e mare in tempesta, poi all’interno di una vignetta religiosa, quasi fosse un santino. Il tutto è realizzato da animazioni al limite del trash, che non fanno che acuire il senso di angoscia e nervosismo.

Un senso di ansietà forse volontario, o ad ogni modo giustificato, perché testimone di una condizione in cui tutt’ora molte donne sono costrette a vivere. Dunque se l’intento del regista era quello di farci empatizzare con la protagonista, tano di cappello, perché per due ore non si fa che soffrire – fisicamente e mentalmente – insieme ad Anna. E l’unica domanda che attraversa la mente dello spettatore è: Quando finirà quest’immensa tortura? E soprattutto fino a che punto si spingerà questa violenza mentale, anche nelle vite dei personaggi prima che Anna trovi il coraggio di reagire?

Alcune immagini sono forti, rapide, talvolta incomprensibili e comunicano un senso di violenza esasperante, che si esplicita sia verbalmente, sia fisicamente. Un film in cui il respiro resta sospeso dal primo all’ultimo secondo, con inquadrature strettissime, primissimi piani da cui non si riesce a intravedere una via d’uscita: persino il mare, che dovrebbe offrire sollievo e quiete, nella sua immensità, diventa troppo vasto per quel paesaggio cupo e asfissiante.

Finalmente alla fine la storia si trasforma in un salto nel vuoto del coraggio, che consente ad Anna di riprendere in mano la sua vita, riportandola a colori. Valeria Golino è strepitosa nel riuscire a condurre con estrema convinzione questo dramma dall’inizio fino alla fine. Ma onestamente. Questa sofferenza – almeno per lo spettatore – era veramente necessaria?

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Venezia 72: 11 Minut, di Jerzy Skolimowski fa tremare la Mostra

di Marta tudisco

11 personaggi in 11 minuti per un thriller ai limiti del possibile. Il film di Jerzy Skolimowski, 11 Minut, presentato ieri a Venezia, ha riscosso un’accoglienza strepitosa da parte dal pubblico e della stampa e già si parla di un premio possibile, magari per la regia. Il film racconta la storia di un marito geloso, di sua moglie, un’attrice sexy, di un losco regista di Hollywood, di uno sprovveduto corriere della droga, di una donna disorientata, di un ex venditore di hot dog, di uno studente travagliato alle prese con una misteriosa missione, di un lavavetri di grattacieli, di un vecchio artista, di un eccentrico gruppo di paramedici e di un gruppo di suore affamate.

Un mix di urbanità contemporanee le cui vite e sentimenti si intrecciano, prede di un mondo insicuro in cui tutto può succedere in qualsiasi momento. Un’inaspettata catena di eventi fa però sì che molti destini si uniscano in soli 11 minuti.

Nella mia idea iniziale - afferma Skolimowski - il tempo gioca un ruolo fondamentale. La sceneggiatura è stata scritta con molti limiti, perché volevamo che l’azione rappresentasse ogni storia in tempo reale. L’azione doveva svolgersi esattamente in 11 minuti, dalle 17 alle 17.11. Abbandonare questa rigidità temporale ha rappresentato tuttavia una sfida più affascinante e, alla fine, la forma del film consente comunque di cogliere il passaggio del tempo, anche in senso metaforico“.

Girato a Varsavia, perché secondo il regista «era la scelta più comoda, ma la storia è universale, potrebbe essere ambientata altrove e in qualunque periodo», con 8 milioni di euro di budget, 11 Minut ambisce ad essere «un avvertimento, perché tutto può succedere nei prossimi secondi: la vita è un tale tesoro che capiamo solo quando lo perdiamo. Questo è il messaggio del film, usiamo la vita nel modo migliore possibile finché siamo vivi».

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Venezia 72: L’esercito più piccolo del mondo, la recensione

di Marta Tudisco

A Venezia sbarcano anche le Guardie Svizzere. Gianfranco Pannone porta alla Mostra del Cinema un documentario dai toni pacati: “L’esercito più piccolo del mondo”, incentrato sulle vite e le abitudini delle Guardie Svizzere, a servizio del Pontefice dal lontano 1500.

Il docufilm segue la quotidianità di un gruppo di Guardie Svizzere appena arruolatesi, di cui fa parte René, uno studente di teologia dell’Argovia, Leo, che nella vita è un guardaboschi e Michele, svizzero-italiano di origine lucana, il più inquadrato del gruppo.

René è un intellettuale in erba che si interroga sulla propria fede e sul proprio ruolo. Cosa significa indossare un abito del ‘500 ai giorni nostri? Far parte di un variopinto ma anche anacronistico corpo militare, specie in rapporto a una figura “rivoluzionaria” come quella del Papa venuto da lontano?

Il film documenta alcuni momenti specifici dell’esperienza dei quattro giovani. Pannone, da buon documentarista, se ne sta al suo posto, dietro la cinepresa, aspettando che siano le immagini e le voci dei ragazzi a dare una risposta ai loro dubbi, o semplicemente a svelare curiosità che avvolgono lo spettatore. Immagini fisse, immobili, così come i soldati mentre piantonano i palazzi del Pontefice, comunicano stasi e solennità, ma diventa inevitabile chiedersi se tutta questa formalità non sia solo una questione estetica.

Alla fine risulta evidente il legame umano tra le guardie, che cominciano a comprendere e identificarsi nella loro missione, i funzionari ecclesiastici e Papa Francesco stesso che spesso si ferma per cercare un contatto fisico. Il colore delle uniformi, se ai tempi di Ratzinger o Giovanni Paolo II poteva sembrare eccessivamente sgargiante e inappropriato, ben si abbina con lo spirito del pontificato di Papa Francesco, la cui missione è apparsa negli anni quella di donare un’anima nuova alla Chiesa Cattolica, per spogliarla dalle sue nude sembianze grigie e ridarle un nuovo volto, assegnarle nuovi colori, i colori del cambiamento e delle diversità, che possono però unificarsi sotto un’unica fede. Le guardie svizzere non condividono una lingua ufficiale, ma sono libere di parlare nella loro lingua madre, principalmente tedesco, francese o italiano.

Con questa finestra sull’esercito più piccolo del mondo, Gianfranco Pannone è in grado di restituire giustizia a un corpo militare di cui spesso si sottovaluta, o non si riesce a comprendere, il vero valore. Le domande dei giovani, alla fine, trovano una risposta puramente interiore: a volte non serve un perché, a volte soltanto aver fede.

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Venezia 72: la moglie di Lou Reed in concorso con Heart of a dog

di Marta Tudisco

A Venezia 72 un film che coniuga amore, morte e linguaggio, in un viaggio cinematico attraverso le memorie della regista, legate al suo terrier Lolabelle. Un’occasione per Laurie Anderson, regista del film, nonché moglie del compianto Lou Reed, per disquisire sul significato della vita e sulla vita dopo la morte attraverso gli affetti personali e i ricordi dell’infanzia si trasforma in un collage visuale per esaminare il modo in cui noi stessi decidiamo di raccontare una storia e far in modo che abbia senso nelle nostre vite.

La domanda centrale di Heart of a Dog – afferma Anderson – è: cosa sono le storie? Come sono fatte e come vengono raccontate? Io sono stata guidata dallo spirito di David Foster Wallace, la cui frase “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi” è stata il mio mantra. Così come Wittgenstein (il potere del linguaggio nella creazione del mondo) e Kierkegaard, con le sue teorie sul vivere all’indietro“.

Le riprese del film, cominciate tre anni fa, dovevano confluire in un piccolo saggio personale commissionato dal canale Franco Tedesco “Arte”, come parte di un progetto più ampio dedicato all’esperienza degli artisti sul significato della vita e del loro lavoro. Oggi Laurie Anderson ha presentato il film nella sezione in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.

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Venezia 72: Sangue del mio sangue, il ritorno di Marco Bellocchio

di Marta Tudisco

Presentato oggi il terzo film italiano in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia: Sangue del mio sangue, di Marco Bellocchio offre una radiografia, a misura di paese, dell’Italia di oggi, attraverso un confronto con ciò che è stata in passato. Le interconnessioni temporali, però, non risparmiano sentimenti contrastanti: è davvero cambiato qualcosa, o si è semplicemente tramutato in qualcosa d’altro, mantenendo il contenuto (la corruzione) intatto nel corso del tempo? In che direzione si muoveva la società nel 1600 in un piccolo borgo emiliano, Bobbio, e che piega ha preso oggi, nella stessa cittadina? Le risposte tardano ad arrivare e lasciano la mente aperta a centinaia di osservazioni, tutte corrette, tutte sconcertanti.

Marco Bellocchio ha voluto schiacciare questa piccola cittadina in una disamina sulle varie forme di condanna sociale cui siamo costretti e da cui dipende la nostra libertà di conservarci, intatti, di fronte al cambiamento, rimanendo pur sempre esseri liberi.

Il film intreccia passato e presente in due storie interdipendenti: la prima, ambientata nel 1600 all’interno delle prigioni di Bobbio e ispirata alla storia della Monaca di Monza; la seconda, ambientata nel presente, in una Bobbio ancora chiusa e impreparata al cambiamento, scossa dall’arrivo di un ispettore (truffaldino) che avrebbe potuto smascherare tutti i falsi invalidi presenti in città (e in questo caso è impossibile non intravedere un briciolo di Gogol’ e del suo L’ispettore generale). Il tutto, condito dalla presenza dell’ultimo vampiro in città, il Conte Basta (Roberto Herlitzka), un uomo ormai giunto al termine della sua vita e che protegge la sua città nel silenzio della notte, in religioso ritiro all’interno delle prigioni del paese. “Si potrebbe definire un’apologia dell’Italia di oggi - ha detto Bellocchio in conferenza stampa -. L’episodio ambientato nel presente serve per ammettere che questo dominio vampiresco è finito, l’addio del Conte al mondo che conosceva è anche un modo straziante e tragico di dire addio alla vita“.

Sia nel presente che nel passato il vampirismo sociale si manifesta nel potere. Nel passato, in quello della Chiesa Cattolica, nel presente in quello della Democrazia Cristiana italiana che, pur permettendo a Bobbio un relativo benessere, in qualche modo, afferma Bellocchio, “corrompeva e succhiava il sangue a quella che era una prospettiva di novità e cambiamento”.

La libertà di intercettare, interpretare e accettare il cambiamento, diventa uno dei valori portanti del film, che allo stesso modo fa propria la libertà di non seguire un’architettura ben definita, lasciando le connessioni tra presente e passato sempre sospese e incerte, ma a disposizione dello spettatore. Sia ieri che oggi le possibilità di cambiamento sono evidenti, ma spetta a chi detiene il potere arrendersi all’evidenza, sciogliere le riserve e concedersi il dono di un cambiamento interiore ben più grande. Il mondo sta cambiando, si sta risvegliando da un passato di chiusura che ne soffocava la libertà di pensiero. A salvare i due vampiri del film è proprio questa consapevolezza, questo cambio di prospettiva, questo rimettersi negli occhi degli altri, di una generazione nuova e forte, per abbracciare consapevolmente la fine di un’epoca.

Oggi i giovani  - conclude Bellocchio - credono che parlarsi attraverso gli oggetti sia un sinonimo di onestà, di sincerità. Non c’è niente di più falso per noi, ma questo è pur sempre un segnale di come il mondo, i giovani, stiano cambiando. Ed è un fenomeno, il cambiamento, che dobbiamo imparare a conoscere e accettare” quantomeno per riscattarci da un degrado interiore che ci mastica da dentro e ci impedisce di assistere a nuove bellezze.

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Venezia 72: recensione di A Bigger Splash, di Luca Guadagnino

di Marta Tudisco

Un tuffo che più che un tuffo sembra il bastone di Mosè che divide le acque della Mostra del Cinema di Venezia. Fischi dalla stampa italiana, applausi da quella internazionale per A Bigger Splash, di Luca Guadagnino, presentato ieri al Lido di Venezia, un film che ha diviso la critica, ma che allo stesso tempo colpisce come un duro pugno nello stomaco. Non tanto per l’originalità della storia, una reinterpretazione de La Piscina di Jacques Deray, quanto per la varietà e l’eccellenza delle interpretazioni, per il suo ancheggiare sinuosamente tra le vie di un’isola immobile e fissa nelle sue tradizioni folkloristiche e culinarie, ma continuamente attraversata dai turbamenti e dalle cicatrici di chi passa per quei luoghi per caso, per salvarsi, per ritrovarsi o semplicemente per capirsi, lontani dal baccano delle grandi città.

Questo è ciò che avviene ai quattro personaggi che si ritrovano a trascorrere le vacanze nell’isola di Pantelleria, intrappolati, quasi volutamente, nei loro limiti e nelle loro dipendenze, affettive e tossiche, da cui non riescono a uscire. Marianne Lane (Tilda Swinton), cantante rock di successo, che ha subito un’operazione alle corde vocali e per questo vittima di un delicato ed elegante mutismo, Paul (Matthias Schoenaerts), il suo fidanzato, di cui conosciamo molto poco, se non che è un ignoto regista di documentari, in riabilitazione per dipendenza da alcol, dal cui carattere schivo e riservato, poco per volta, fa emergere una personalità fragile e delicata, Harry (Ralph Fiennes), storico ex di Marianne, produttore discografico dei Rolling Stones, nonché un po’ dandy e ninfomane, la figlia (se davvero lo fosse, resta un dubbio fino alla fine) Penelope (Dakota Johnson), lolita impertinente e prepotente.

Ognuno, con il suo bagaglio personale di ferite, di sbagli, di rinunce e ripicche, si confronta con i propri limiti fisici ed emotivi, rispecchiandosi nelle voci, nei gesti e nei silenzi dell’altro. Nel mutismo di Marianne, opposto alla logorrea di Harry, si intravede la possibilità di redimersi e comprendersi attraverso il silenzio, esplorando l’incapacità di comunicare attraverso le parole. La sregolatezza di Harry, nel suo esplorare e superare costantemente i propri limiti, comunica la spontaneità del presente, del qui e ora, del vivere nella cieca e serena obbedienza dei propri istinti, accettando di perdersi, anche, ma di ritrovarsi poi sempre nell’amore, a danzare leggiadramente tra i ricordi del passato. Paul, l’esatto opposto di Harry, sta al contrario curandosi dalla dipendenza dai propri limiti, terrorizzato dall’idea di superarli di nuovo. Penelope, una lolita anonima, bugiarda, egoista, provocatrice, senza un’identità o uno scopo ben definiti se non quello di creare scompiglio e infastidire chi le sta accanto, è solo in cerca di una dimensione in cui soddisfare i propri capricci.
Tutti, ognuno con i suoi ritmi, è in cerca di uno spazio in cui curare le proprie ferite, metabolizzare il passato, o metterci una pietra sopra, e andare avanti per costruire un futuro dimentico e diverso. Ad un tratto, tutto cambia a metà del film, quando un evento sconvolgerà le vite dei personaggi, stravolgendo i ritmi e i colori della narrazione, mettendo questa volta ognuno di loro di fronte a uno specchio, nudi e soli di fronte alle loro identità ormai svelate.

In questa operetta a quattro, sorretta da un cast di attori di incommensurabile bravura, Luca Guadagnino mette in scena la sovrana magnificenza di un presente, quello di Pantelleria, con i suoi contrasti e le sue violenze, che fa a pugni con i protagonisti per metterli in un nudo confronto con l’alterità, in tutte le sue espressioni.
Alternando inquadrature larghe, plongee d’ampio respiro, a inquadrature strette, tese a cogliere i momenti più intimi e confidenziali, A Bigger Splash si configura come un dramma quasi teatrale, tragicomico, ma dai risvolti noir, sulla vita sospesa di quattro personaggi che si immergono nelle loro dipendenze, noncuranti, che ci sono tuffi più rumorosi e tragici, come quelli dei migranti che giungono quotidianamente sull’isola, ma che vengono costantemente vanificati, se, alla fine di tutto, ad alleggerire un crimine è una gigantesca beffa creata dall’umano e sconfinato desiderio di avvicinarsi a qualcuno che non potrà mai conoscere veramente.

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Stills from "L'Attesa" a Film by Piero Messina. Indigo Film

Venezia 72: L’attesa di Piero Messina, la recensione

di Marta Tudisco

Come disse Giuseppe Tornatore, “La Sicilia è un luogo cinematografico: così come in matematica ci sono i luoghi geometrici, così in Sicilia trovi tutto ciò che può servire a raccontare ogni tipo di storia. E saranno sempre storie universali.” A due anni dall’affermazione del regista siciliano, la Sicilia torna ad essere patria di storie universali che si articolano questa volta all’interno della dimensione onirica, misteriosa ed emozionale del regista Piero Messina, che dalla Sicilia traduce sugli schermi della Mostra del Cinema di Venezia la proiezione interiore della sua terra, una Sicilia carica di suggestioni ed emozioni. Con L’attesa, produzione franco-italiana, al Lido approda l’opera prima di un regista da non perdere d’occhio.

Messina, al suo primo lungometraggio dopo una carriera di corti, spot e pubblicità, racconta una storia di lutto e dolore, mettendo al centro del suo dramma due donne Anna (Juliette Binoche) e Jeanne (Lou De Laage).
Il film si apre con una stretta inquadratura di un Cristo in croce in penombra. Una lenta processione funebre di volti affranti, illuminati dalle luce fioca delle candele, lacrime che scorrono lente e fitte fino alle caviglie di Anna, devastata dalla perdita del figlio, Giuseppe. Un dolore che non riuscirà a comunicare, a esprimere, nemmeno quando avrà davanti a sé la fidanzata di Giuseppe, Jeanne, appena arrivata dalla Francia per trascorrere le vacanze di Pasqua nella tenuta di campagna della famiglia del ragazzo. Ma alla ragazza non sfuggono l’assenza di Giuseppe e l’atmosfera tetra che regna in casa. Anna, incapace di ammettere e confessare un dolore che avrebbe potuto devastare un’altra vita, inventa una bugia, dicendo alla ragazza che ad essere morto è il fratello. Così comincia un lento cammino che si trasforma in una fase di transizione, di attesa, per l’appunto, per entrambe.

Anna è un personaggio misterioso, enigmatico. Prova a negarsi il primo stadio del dolore prendendosene una pausa, approfittando della presenza di Jeanne, da cui spera di poter vedere, rivivere e riconoscere il figlio in una forma in cui, forse, lei non lo aveva – e non lo avrebbe – mai conosciuto. L’attesa di Anna è attesa dall’accettazione, dall’elaborazione di un lutto insuperabile. Un’attesa che resta sospesa nel limbo statico, sterile e circolare della casa natale del ragazzo, la cui anima rivive scolpita sugli stipiti delle porte a segnare una crescita poi interrotta, nel disordine della sua camera, nei suoi oggetti. L’arrivo di Jeanne, beatamente ignara di tutto, interrompe questa circolarità, questo eterno ritorno al ricordo, al dolore, mette fine alla staticità e regala ad Anna l’opportunità di rimettere in moto i meccanismi di ripresa di entrambe in un periodo dell’anno che poi è simbolo per eccellenza della rinascita: la Pasqua.

E così, Piero Messina, con grande tatto e sensibilità, ci trascina fino al collo, ma senza farci annegare, nel dolore inesplicabile di una madre. Un dolore silenzioso, lento, con cui è impossibile non empatizzare. Una storia di rinascita, di una dimensione emotiva carica di profondo realismo, reso grazie alla sublime e impeccabile interpretazione di Juliette Binoche. Una storia non certo nuova ai nostri occhi, ma che, grazie alle suggestioni offerte dai panorami siciliani, è in grado di pacificare, alla fine, ogni animo inquieto, e ristabilire quell’ordine interiore segreto che i personaggi, fittizi e reali, cercano nelle loro vite.

 

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Da Venezia72 alle sale. E’ al cinema Everest: la nostra recensione

L’uomo contro la natura, o la natura contro l’uomo che cerca costantemente di domarla? Scegliete un punto di vista, e poi andate a scalare l’Everest con Baltasar Kormakur, film d’apertura della 72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.Nessuna particolare ambizione, se non quella di restituire al pubblico uno sguardo realistico, a tratti quasi documentale, sulla disastrosa spedizione del 1996 verso la cima del monte Everest, che costò la vita a 4 persone. Con un’attinenza ai fatti dettagliata e scrupolosa, Kormakur racconta la storia di un gruppo di uomini semplici, ma esperti, ordinari, ma molto, molto ambiziosi, talmente ambiziosi da pensare di poter arrivare con le proprie forze ad altezze raggiungibili solo da un Boeing 747. I rischi di un’impresa del genere sono ben noti: ipotermia, edema polmonare, perdita della vista, mancanza di ossigeno. D’altronde, se Madre Natura ha voluto creare dei luoghi fisicamente inaccessibili all’uomo, perché andare incontro a una simile sofferenza? Non è insito nella natura umana, fermarsi di fronte ai propri limiti.

Kormakur, infatti, nel tracciare con grande sensibilità le esperienze, le vite, le competenze e i sentimenti di coloro che presero parte a quella tragica spedizione, esplora in tutte le sue sfaccettature il tema della competizione, che si tramuta nel suo sinonimo: trasgressione. Perché è questo quello che ogni personaggio fa nel suo piccolo: cercare di trasgredire e oltrepassare un limite, sia esso un avversario, un’insicurezza, la natura stessa, il proprio corpo che non è fatto per sopportare certe altitudini. La competizione qui, stranamente, non rappresenta mai un elemento di divisione, ma di unione. L’obiettivo è del singolo, ma per raggiungerlo è necessario restare uniti.
E, proprio in virtù di questo obiettivo, di questo spirito, ogni personaggio può ritagliarsi uno spazio esclusivo, intimo, senza diventare mai secondario. L’interpretazione degli attori è sempre convincente e trasmette un senso di profondo rispetto umano nei confronti di avvenimenti che hanno colpito significativamente le vite di uomini e donne realmente esistiti o tuttora in vita. Notevole l’interpretazione di Jason Clarke (che nel film interpreta Rob Hall), ma su tutti, anche su Jake Gyllenhaal, spicca Josh Brolin, forse il più convincente tra tutti i protagonisti del cast, per essere riuscito a comunicare con estrema autenticità l’anima di Beck Weathers.
Benché il film duri due ore – due ore molto intense! – il tempo è trattato in modo lineare ed omogeneo. La prima ora serve allo spettatore per acclimatarsi, conoscere le vite dei personaggi e provare a comprendere la loro sofferenza fisica, i loro perché e il connubio parole – immagini risponde da solo alla domanda che ciascuno di noi si pone fin dall’inizio: Ma chi ve lo ha fatto fare? Poi, a un certo punto, la natura, che fino ad allora era stata clemente, comincia a sentire la presenza invasiva dell’uomo e si scatena con bufere e tempeste, rendendo la seconda parte del film ansiogena e adrenalinica. Ma attenzione, non aspettatevi la classica americanata, perché non assisterete a spettacolari – o meglio, futili – effetti speciali: tutte le tecniche, peraltro eccellenti, sono unicamente finalizzate alla resa fedele di quanto accaduto in quelle giornate, ma niente più (…per fortuna).
In conclusione, Everest è riuscitissimo nel suo intento di documentare un fatto realmente accaduto e di trasmettere l’emozione, il senso umano e la spettacolarità del senso umano di chi ha partecipato alla spedizione del ’96, concludendo l’opera con il sorriso commovente di una bambina, espressione di una rinnovata speranza per il futuro.

di Marta Tudisco

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Spotlight, il giornalismo ai tempi dei preti pedofili

Il nuovo Papa è entusiasmante, ma dopo aver realizzato questo film, sono pessimista sui cambiamenti all’interno della Chiesa Cattolica. Le parole sono una cosa, l’azione un’altra”.

Con queste parole, Thomas McCarty, introduce uno dei film più interessanti alla 72 Mostra del Cinema di Venezia: Spotlight. Basato su fatti realmente accaduti, il film narra le vicende avvenute dopo l’indagine che valse il Premio Pulitzer al quotidiano The Boston Globe sull’arcivescovo Bernard Francis Law, accusato di aver coperto casi di pedofilia in diverse parrocchie.

Un film avvincente, che parla di un giornalismo etico, ancora saldamente ancorato ai sani principi di cronaca, nonostante abbia subito delle importanti mutilazioni nel corso degli anni. “E’ un’industria, quella dell’informazione, che ha bisogno di essere incoraggiata – ha detto McCarty durante la conferenza stampa odierna – e, attraverso questo film, abbiamo voluto sottolineare l’impatto del giornalismo di indagine. Temo che il pubblico non capisca quanto sia fondamentale che la stampa libera continui a esistere, e se questo film può servire da sveglia, ne sarei felice!”.

Gli interpreti, tra cui Mark Ruffalo (The Avengers) e Stanley Tucci (Il diavolo veste Prada, Amabili Resti), hanno dovuto modellare il proprio personaggio sulla base di persone esistite. “Non ho mai incontrato il mio personaggio – ha detto Tucci, che nel film interpreta Mitchell Garabadian, avvocato coinvolto nella vicenda – oltretutto, mi hanno detto di non farlo, ha una personalità…complicata! Ma per fortuna avevo a disposizione molto materiale filmico per rendergli giustizia”.

Il film affronta una tematica molto attuale e delicata per l’opinione pubblica: il tema della pedofilia all’interno dell’istituzione ecclesiastica, spesso coperta dalla Chiesa stessa per proteggere la propria immagine. Come il Codice Da Vinci, Spotlight sarà un film che probabilmente desterà molta attenzione da parte della Chiesa stessa. Ma McCarty è sereno: “Non mi aspetto alcuna reazione, ma sarei felice se il Papa Francesco vedesse il film. Il mio non è un attacco contro la Chiesa, ma un messaggio d’auspicio perché possa guarire passo passo andando verso quella direzione”.

di
Marta Tudisco

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